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ROMA - Costituiscono una spinta allo sviluppo, costano poco o nulla, non portano via posti di lavoro alla popolazione locale. Sono i migranti secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), che nel suo rapporto 2009, dal titolo "Vincere le barriere" si sofferma sul tema della mobilità internazionale. Gettando nuova luce su alcuni luoghi comuni errati. Il rapporto sullo sviluppo umano redatto dall'Undp parte da un presupposto: un miliardo di persone - una su sette - migra, ma di queste, meno del 30% si sposta in Paesi stranieri. I migranti interni, invece, sono 740 milioni. Solo il 3% della popolazione africana, ad esempio, non vive nel proprio paese di origine. Inoltre, tra coloro che emigrano all'estero, soltanto poco più di un terzo si muove da un paese in via di sviluppo a paesi industrializzati.
L'analisi, quindi, analizza gli effetti positivi della mobilità: i migranti favoriscono la produttività economica, non portano costi rilevanti alle finanze pubbliche dei Paesi ospitanti, esercitano di rado effetti negativi sui lavoratori locali. Eppure, evidenzia il rapporto, gli ostacoli alla migrazione, in particolare a quella dei lavoratori con scarse qualifiche, restano. I governi tendono ad essere piuttosto ambivalenti, riservando loro trattamenti che spesso lasciano a desiderare. La mobilità, pur non essendo un sostituto dello sviluppo umano, apporta molti benefici, economici e sociali, ai Paesi di appartenenza, specie se supportata da politiche nazionali adeguate. Le rimesse dei migranti in molte nazioni superano gli aiuti allo sviluppo.
La crisi - sottolinea l'Undp - ha alterato il flusso di migrazione internazionale. Tuttavia Jeni Klugman, autore principale del rapporto è ottimista: "La recessione dovrebbe essere utilizzata come un'opportunità per creare un new deal per i migranti, che dovrebbe beneficiare i lavoratori in patria e all'estero, tenendo a freno una reazione protezionista", scrive nel rapporto. E l'Undp, pur non schierandosi a favore di una liberalizzazione su larga scala, sostiene che vi siano "valide ragioni per incrementare l'accesso di migranti in settori con un'elevata richiesta di forza lavoro". Un incremento che potrebbe interessare soprattutto le nazioni più sviluppate, in quanto le loro popolazioni stanno invecchiando. Il rapporto, infine, aggiorna come di consueto la classifica di 182 Paesi del mondo secondo l'Indice di sviluppo umano (che comprende aspettativa di vita, alfabetizzazione, iscrizioni scolastiche, Pil pro capite). L'Italia, inserita nella categoria degli Stati ad altissimo sviluppo umano, è al diciottesimo posto. La sua posizione, a partire al 1980, è piuttosto stabile, a dispetto di Spagna e Irlanda, tra i Paesi europei avanzati più rapidamente. Piuttosto bassi gli indicatori dell'istruzione - l'Italia è al 30/o posto per risultati scolastici con il solo 10,1% della popolazione (oltre i 25 anni) in possesso di titolo universitario - mentre, tra i Paesi industrializzati, l'Italia è al 12/O posto per tasso di crescita dell'immigrazione.
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